Riccardo Zandonai

Il Laboratorio permanente del musicista Riccardo Zandonai si è costituito a seguito di una serie di progetti realizzati negli ultimi anni intorno a questo compositore, i quali hanno visto coinvolti singoli studiosi e istituzioni roveretane e trentine.

RICCARDO ZANDONAI - NOTA BIOGRAFICA
Gli studi sulle opere e i giorni di Riccardo Zandonai (1883-­‐1944), singolarmente intensificatisi alla svolta del secolo, consentono di veder inserite le dinamiche produttive di quest'autore in blocchi più o meno decennali i cui tracciati segnano una gagliarda impennata nel periodo giovanile, una sostanziale tenuta di posizioni nell’età di mezzo e un graduale declino negli ultimi anni.
Zandonai nacque musicalmente nei primi anni Dieci quando, forte del sostegno editoriale della Casa Ricordi, si impose come colui che più di altri di quella nuova generazione sembrava in grado di raccogliere e portare a traguardi innovativi la tradizione del melodramma nazionale. L’ambizioso progetto sembrò avere buone possibilità di concretizzazione nell’immediato, allorché il giovane musicista trentino riuscì a scuotere positivamente il mondo teatrale con il gesto incisivo e provocatorio di «Conchita »(1911) e con il preziosismo estetizzante di «Francesca da Rimini» (1914), l’opera italiana più emblematica del suo tempo e per comune giudizio la più riuscita fra quante si sono ispirate ad un testo dannunziano. Quel primo periodo produttivo, anche in grazia dell’indagine particolarmente accurata cui è stato sottoposto di recente, si offre con caratteri di sicuro rilievo per varietà e valore intrinseco, tanto in campo teatrale («Il grillo del focolare», 1908, da Dickens; «Melenis», 1912: tardo e suggestivo esempio di opera-­‐peplum; «La via della finestra», 1919, commedia semiseria da Scribe) quanto in altri ambiti. Tra questi ultimi si fanno notare un pregevole Quartetto d'archi (1904), una suite per pianoforte e fiati (1902), la «Serenata medioevale» per violoncello e piccola orchestra (1909), due poderosi poemi sinfonici per grande orchestra legati ai temi della guerra e della natura («Primavera in Val di Sole», 1915; «Autunno fra i monti», 1918), e ancora il poemetto «Vere Novo» (1911) su testo di D’Annunzio e la delicata scena «Il sogno di Rosetta» (1901) su testo di Pascoli. Sempre a Pascoli era ispirato il suo primo importante componimento orchestrale, «Il ritorno di Odisseo» (1901), cui fece seguire la notevole Ouverture «Sogno di un adolescente» (1903). Come produzione a sé stante va considerato il corpus davvero cospicuo delle liriche vocali da camera che lo hanno portato a confrontarsi con testi poetici rivelatori di una particolare sensibilità immaginifica.
Alla svolta del dopoguerra, che coincise per Zandonai con l’ingresso nella maturità, l’imperativo di crescere e rinnovarsi in senso autenticamente novecentesco assecondando i venti di modernità che spiravano da oltralpe comportò come prima necessità il superamento del dannunzianesimo e per altro verso la fuga dalle derive mascagnane, senza tuttavia che le direttive su cui muoversi fossero chiaramente e  unitariamente  indicate  dal  nuovo  corso  instauratosi  in  Italia.  Così  il  tentativo  nazional-­‐popolare  di
«Giulietta e Romeo» (1922), inceppatosi nell’equivoco di un contemperamento di modernità e restaurazione, non contribuì a far aumentare a Zandonai il credito del mondo musicale, né per altro verso ci riuscì del tutto la virata nello scavo psicologico e nelle irreali atmosfere nordiche che connotano «I cavalieri di Ekebù» da Selma Lagerlöf (1925), e tanto meno l’incursione nel mistero medievale corrusco e sanguigno proposto dal «Giuliano» (1928) mutuato da Jacopo da Varagine.
Negli anni Trenta la crisi organica del settore teatrale si era fatta ben chiara nella coscienza di Zandonai, inducendolo ad allontanarsi sempre più da quel mondo ove sentiva di non poter più incidere come un tempo. Così, dopo avere felicemente centrato un ultimo obiettivo con «La farsa amorosa» tratta dal
«Sombrero de tres pícos» di Alarcón (1933) preceduta di poco dall’atto unico «Una partita» ispirata a una pièce di Alexandre Dumas, egli rinunciò per il decennio successivo a dare un seguito al proprio catalogo operistico, occupandosi dell’attenta amministrazione dei propri lavori di repertorio, anche nel senso di assumersi di persona l’onere della concertazione e direzione. All’impegno creativo riservò imprese ritenute di minore azzardo e di ricompensa più immediata quali la produzione sinfonica (sempre sul modello romantico dell’impressione e dell’evocazione) e la musica da film. Scorsa sulla traccia del suo catalogo d’autore e filtrata da quelle privilegiate concessioni alla sincerità d’animo che sono i carteggi privati, la vita di Zandonai negli anni Trenta appare bensì ricca d’impegni, ma di quelli che un operista come lui qualificava appunto come secondari o di pura utilità pratica, sebbene non manchino in questo versante lavori di sicura presa denotanti uno spirito ancora curioso e aperto alle novità. I principali titoli sinfonici comprendono i «Quadri di Segantini» (1931), la «Ballata eroica» (1929), «Fra gli alberghi delle Dolomiti» (1929), «Rapsodia trentina» (1936), «Colombina» (1935). Nel settore concertante trovano posto «Il flauto notturno» (1932), il «Concerto andaluso» (1934) per violoncello e piccola orchestra, il
poemetto «Spleen» (1934). Un fortunato «Concerto romantico» per violino aveva aperto la serie ancora nei primi anni Venti. Non manca la musica di scena con i «Commenti musicali all’Aiace di Sofocle» (1939) scritti per uno spettacolo classico al Teatro Greco di Siracusa e la ricreazione antichistica con le rielaborazioni da Porpora, Haendel, Tartini e altri, per tacere dei primi progetti di rivalutazione rossiniana. La novità dei tardi anni Trenta fu per Zandonai il confronto con il mondo del cinema, il quale costituì non solo una scappatoia privilegiata che le strettezze dei tempi rendevano necessaria, ma il vivace contributo offerto da un mestiere ormai scaltrito alla questione della musica applicata all’immagine. Il suo coinvolgimento in questo campo si circoscrive a due grosse produzioni («La principessa Tarakanova», 1938 e «Caravaggio», 1940), oltre ad alcune collaborazioni parziali a più mani da intendersi come partecipazioni straordinarie.
Il  suo  ultimo  lavoro  pubblicato  è  un  «Trio-­‐Serenata»  (1943),  il  cui  tono  generale  risente  dei  tragici momenti che ne hanno segnato la creazione. La guerra in corso e l’incrudirsi della malattia lo estraniarono ancor più dai centri vitali di produzione. In quei suoi ultimi difficili anni di vita si dedicò per intero alla valorizzazione del Conservatorio “Rossini” di Pesaro, di cui divenne direttore e animatore fervente. Alla sua morte, avvenuta nel giugno 1944, lasciò un troncone d’opera («Il bacio») che aveva portato avanti per anni con difficoltà e forse anche con scarsa convinzione, consegnando ai posteri un esercizio di stile raffinatissimo ma senza lasciar presagire aperture drammaturgiche di segnalabile originalità.
DrC