Edizione di due carteggi (1999)

Lettere di Riccardo Zandonai ai familiari; Carteggio Zandonai - Giovannini

a cura di Diego Cescotti,

Trento, ed. Symposium 1999

COMMENTO AL CARTEGGIO ZANDONAI-FAMILIARI

Tra i carteggi ‘minori’ di Zandonai questo dell’estate 1914 si segnala per alcuni aspetti di particolare interesse, il primo dei quali va individuato nella posizione stessa del musicista così come si era venuta definendo all’interno del suo percorso artistico. Egli si trovava in quell’epoca al culmine della sua potenzialità creativa, forte del recente successo ottenuto con Francesca da Rimini che gli aveva dato piena consacrazione nel campo della scena lirica lanciandolo come nome di punta della nuova generazione di giovani operisti. Gli anni di apprendistato e di tirocinio erano definitivamente dietro le spalle ed egli, con la baldanza di un trentenne che ha trovato la sua strada, vedeva il mondo aprirsi davanti a sé ricco di speranze e consensi.

Ma quel mese di agosto si decise anche della sua vita di uomo. Il legame affettivo che lo univa a Tarquinia Tarquini e che datava dai tempi di Conchita era arrivato a maturazione ed egli, sfruttando l’onda positiva del momento, ruppe gli indugi e lo concretizzò in una formale domanda di matrimonio.

Questo è il secondo momento che va visto in filigrana nei documenti in questione; ma un altro ben più concreto vi si sovrappone con autorità, per diventare sempre più invasivo e incombente man mano che si procede.

Nell’amena località di Pracchia sull’Appennino pistoiese, dove i due trascorrevano le vacanze, l’idillio di natura e di arte fu screziato dai primi sentori di una guerra ancora incerta e lontana per l’Italia ma gravida di conseguenze più immediate per chi, come i parenti n Trentino, si ritrovava a tutti gli effetti in territorio austriaco, preda di angosciose incertezze sul futuro e a corto di informazioni su quanto stava avvenendo intorno.

Delle tematiche di cui questa corrispondenza si compone, quella inerente all’aspetto sentimentale è la più sfumata, limitandosi a solo pochi cenni indiretti alla persona di Tarquinia, di cui viene taciuto (o dato per inteso) lo stato d’animo turbato e sofferente. Per saperne di più su quanto avveniva in quell’estate al Villino Vivarelli bisogna attingere al racconto che ne farà quarant’anni più tardi la stessa Tarquinia sul suo volume rievocativo, dove viene esposto con dovizia di dettagli il dramma di natura squisitamente intima che aveva coinvolto, ai tempi, il suo animo di artista.

Tutto era nato in febbraio quando si preparava al Regio di Torino la Francesca da Rimini, il cui ruolo protagonistico l’autore aveva ideato e scritto perle specifiche qualità interpretative di lei, senonché a pochi giorni dal debutto l’insorgere di insuperabili difficoltà nel fronteggiare le impervie responsabilità della partitura avevano costretto la cantante a rinunciare al ruolo. Fu il segno di un’amara débacle che la prostrò profondamente nel fisico e nello spirito e la porterà di lì a poco alla decisione di troncare a soli trentuno anni la propria carriera artistica. Il soggiorno sugli Appennini con la famiglia doveva servire a rimetterla dallo stress, e questo spiega la presenza di Zandonai in Toscana nello stesso periodo. L’altro motivo che aveva convinto il maestro a rinunciare alle vacanze on Trentino era il timore di trovarsi il confine chiuso alle spalle.

Sulle prime l’estendersi della guerra poteva apparire come una possibilità abbastanza remota, ma intanto gli eventi incalzavano: dopo la dichiarazione di guerra alla Serbia da parte dell’Austria (28 luglio), il 4 agosto il Belgio fu invaso alle truppe tedesche e il giorno appresso l’Austria dichiarò guerra alla Russia. Dal suo beato rifugio un po’ fuori del mondo il giovane Zandonai seguiva l’escalation con una certa trepidazione e man mano che apprendeva le vicende dai giornali italiani si faceva obbligo di informarne scrupolosamente i parenti con delle cronache pressoché quotidiane.

Si converrà che i commenti zandonaiani, specialmente i primi, adombrano talvolta un ottimismo che suona abbastanza posticcio, ma c’è da ritenere che ciò non fosse dovuto ad una superficiale analisi degli avvenimenti quanto a una voluta attenuazione a scopo rassicurante poiché egli non poteva ignorare che i parenti della piccola comunità di Sacco vivevano in uno stato di perenne allarme. Una lettera inviata negli stessi giorni a Lino Leonardi prova che la sua preoccupazione era reale. In quel caso anzi, facendo leva sulla maggiore franchezza concessa dalla consuetudine alla confidenza intima, egli chiedeva all’amico del cuore di indagare discretamente su come i suoi cari se la passavano, manifestando il sospetto che nelle loro lettere gli fosse nascosta la vera situazione.

Si vedrà che in questa più rilevante sezione del carteggio che riguarda le contingenze storiche Zandonai relega in margine le notizie sulla propria attività musicale e invece dà spazio alle questioni più minute ed attuali intervenendo con spontaneità nelle piccole faccende di economia domestica inerenti al vino, alla legna, al pane, ai denari in banca, mostrando in questo un’indubbia capacità metamorfica di calarsi nel mondo culturale d’origine, anche attraverso il recupero istintivo del lessico famigliare e di certe forme paradialettali che non si riscontrano in altre missive coeve o do altri periodi indirizzate a interlocutori diversi.

Il carteggio, nel suo dipanarsi, viene a strutturarsi come un racconto o una elementare sceneggiatura, con una scansione fatta di piani-sequenza alternati e arricchita di alcuni elementi diversivi. Attraverso la narrazione a voce unica di Zandonai si delinea così una discreta polifonia di personaggi minori che trovano definizione per brevi e rapidi tratti, formando il contorno umano di questi quadretti di vita agreste: dal lato ‘toscano’ si segnala soprattutto il “Nonno” Ernesto Kalchschmidt, persona rassicurante e simpatico compagno nelle battute di caccia; mentre dal lato ‘trentino’ il più presente nei discorsi è il cugino Oliviero Costa, la cui sorte, incerta per molto tempo, sarà infine quella di andare a combattere in Galizia lasciando i due figli piccoli Riccardino e Gildina e la loro madre Emma.

Ma intanto a metà settembre, anche per il tempo inclemente e il freddo precoce, i villeggianti tornano in città rompendo l’amichevole sodalizio vacanziero: Tarquinia con la famiglia a Firenze, Zandonai e il “Nonno” a Pesaro. Il carteggio prosegue con altre cinque lettere dell’autunno: Zandonai ha ripreso con fervore la propria attività; la guerra conosce un momento di stanca ma è ormai evidente che non si concluderà tanto presto; della faccenda Tarquiini non si apprendono nuovi particolari. Altre informano che gli eventi sempre più drammatici porteranno Emma Costa all’internamento nelle baracche di Mitterndorf, mentre i suoi due bambini saranno ospitati a Pesaro in casa di Zandonai assieme ai genitori del maestro che nel frattempo (1915) si erano decisi a sfollare dal paese.

Le ultime lettere rendono conto del periodo successivo all’armistizio: Oliviero Costa è tornato dalla guerra e lo stesso Zandonai si appresta a salire nel Trentino liberato con Tarquinia, ormai sua moglie, e con il resto dei parenti per riabbracciarsi tutti dopo anni di separazione. Il dopoguerra non si annuncia facile ma già il fatto di ritrovarsi sani e salvi è motivo di gioia. Il tono finale acquista così un’indubbia nota di speranza, quasi a suggerire un indizio di vita che continua e un ritrovato desiderio di normalità.

Il carteggio si compone di 23 lettere scritte tra la fine di luglio e il dicembre 1914, soprattutto da Pracchia sull’Appennino toscano, dove trascorreva un periodo di vacanza.
I genitori di Zandonai erano sfollati a Mitterndorf e lui, dal suo osservatorio italiano, li informava degli eventi bellici che avanzavano (rimane il dubbio se queste lettere, abbondantemente arricchite da segni di censura, siano mai state recapitate loro).
Pochi sono gli accenni alle cose di musica: in esse domina il discorso sull’attualità, interpretata a volte con ingenuità a volte con acutezza. Il tono di Zandonai è franco, positivo: egli sta vivendo, nonostante tutto, il suo momento migliore, successivo al trionfo di Francesca da Rimini, con in più il rapporto amoroso con Tarquinia Tarquini in via di consolidamento (i due si sposeranno due anni dopo), in piena guerra).
 Le lettere sono prodighe di dettagli minuti di vita quotidiana (salute, lavoro, svago) e si avverte la cura di Zandonai nell’usare un tono espositivo piano, medio, facile, adeguato ai destinatari. Anche le annotazioni sui fatti correnti si studiano di mantenersi rassicuranti nel tono onde non comunicare ansia o preoccupazione. 
Per le suddette ragioni temporali, logistiche e di contenuto, il carteggio è indubbiamente organico. Ad esso sono state aggiunte per completezza due lettere del 1919 mandate da Zandonai al cugino Oliviero Costa, pure sfollato a Mitterndorf.

COMMENTO AL CARTEGGIO ZANDONAI-GIOVANNINI

La natura franca e auto-affermativa di Zandonai era di quelle che hanno bisogno di trovare costante rispecchiamento nella dedizione di un entourage di persone fedeli disposte a prodigare sostegno affettuoso e attestati di stia in tutte le battaglie d’arte e di vita. Leonardi, Casetti, Pigarelli e una schiera di altri amici, ciascuno con le proprie caratteristiche e i propri ruoli più o meno gregari, ne sono esempi noti. a di quel giro roveretano che ha costituito, dopo la famiglia, il legame più saldo di Zandonai con la sua terra natale Giovanni Giovannini rimane forse la figura più rappresentativa, quella che più di tutti ha votato una devozione assoluta al genio dell’artista conteso dalle ribalte del gran mondo e proiettato in una lontananza resa simbolicamente immensa dall’ottica provinciale.

Di Giovannini è stato detto essere stato «filantropo, fotografo, fumatore accanito, corniciaio, mugugnatore, libraio, topo da retrobottega, amico dei maggiori notabili roveretani», uno che «seppe circondarsi del migliori figli della Quercia del suo tempo» con i quali si rintanava volentieri nel fondo del suo negozio di cartolaio a discutere di cultura e di arte; e ancora collezionista di tele ma anche di violini, frequentatore di pittori, scopritore di talenti, mecenate. Il negozio lo gestiva in sodalizio con la sorella Ida, presenza discreta che sempre vediamo apparire in queste lettere al momento dei saluti ma di cui poco altro si viene a sapere.

Richiesto un giorno da Tarquinia Tarquini di rievocare i suoi primi incontri con il maestro, così rispose: «[...] Posso dirle che l’indimenticabile amico Riccardo l’ho conosciuto quanto aveva 14 anni cioè quando studiava con la guida dell’ottimo Maestro Gianferrari il quale è stato pure mio Maestro per brevissimo tempo. Ci siamo poi affiatati quando diede L’Uccellino d’oro nel teatrino di Sacco. In seguito abbiamo fraternizzato e quando soggiornava qui andavo quasi tutte le sere da Lui, dove assieme ai cari Genitori trovavo altri amici e tutti eravamo entusiasti della Sua brillante conversazione, ammiratori poi quando suonava e cantava interpretando le Sue opere in modo magistrale e noi si vibrava dalla commozione. Ho poi sempre seguito il Maestro assistendo alle prove ed alle prime di tutte le Sue opere, tranne quelle che diede nel periodo bellico 1915-18. Così ho assistito ai Suoi trionfi, ché sempre vinse in ogni prova, e capirà che questo mi procurava un intenso godimento [...]».

La corrispondenza che qui si presenta coglie alcuni significativi brandelli di un’amicizia quarantennale, e benché essa debba essere considerata appunto quale specimen di un repertorio in origine ben più corposo, la sua valenza informativa appare del tutto soddisfacente nel delineare eventi, caratteri, situazioni e tic, risultando ad esempio assai tipico dei due amici quel continuo auspicare incontri che non si verificano quasi mai, in una curiosissima dinamica del desiderio inappagato che rivela l’incapacità reciproca di superare barriere più psicologiche che logistiche. Verrebbe da dire che la qualità del dialogo a distanza tra queste due personalità complementari si conforma a qualcosa che ha della commedia o dello sketch in cui il protagonista imposta il discorso e la ‘spalla’ lo contrappunta riprendendo le battute e amplificandone il senso oltre le intenzioni iniziali: si considerino come emblemi i frequenti compatimenti – sicuramente provocati a livello inconscio dallo stesso Zandonai – per le ‘ingiustizie’ patite nel ‘corrotto’ agone teatrale o anche il candido compiacimento per gli incarichi e u riconoscimenti che l’altro ha buttato lì con noncuranza.

Alla lettura progressiva di questa cinquantina di lettere sembra di poter individuare almeno tre momenti tematici ed espressivi a cui corrisponde anche un particolare ‘ritmo’ narrativo. L’inizio è un ‘assolo’ in tono allegro e fin brioso: Zandonai è visto alle prese con aspetti di quotidianità casalinga alle operazioni di trasloco dalla piccola casa di Pesaro-città alla panoramica villetta di San Giuliano appena acquistata, con tutta l’animazione festosa che ciò comporta. Si respira qui tutto il senso della raggiunta sicurezza borghese da parte di un artista che non deve più affannarsi ad inseguire scritture o contratti ma che può permettersi di amministrare i propri successi nei loro giri per i teatri, ritagliandosi spazi inediti ed economicamente allettanti (la direzione d’orchestra, poi anche la musica da film) e riservando alle scelte compositive una più meditata riflessione e una più lunga incubazione.

Intercalata da consimili passaggi di colore che ogni tanto affiorano a ravvivare la scena, la parte centrale del carteggio si attesta su un più specifico discorrere di musiche da scrivere o da rappresentare o magari da ascoltare per radio, dei cui destini Zandonai si sente sempre in obbligo fi informare il modo privilegiato l’amico roveretano, gratificandolo così di un attestato di competenza e discernimento, specie quando lo coinvolge direttamente nella responsabilità organizzativa. La radicata abitudine di vedere il mondo dell’arte costellato di tranelli, complotti e incompetenze porga entrambi gli interlocutori ad enfatizzarne forse i lati negativi, e pure tutto quel loro parlare di «crisi», di «miseria», di «tempi tristi», di «caos», di «soqquadro» nel campo teatrale, di «boicottaggio», di sovvenzioni che non arrivano, di servilismi e piaggerie, dipinge una realtà musicale che è ben meno rosea di quanto le fanfare del regime intendessero trasmettere. Né (mi pare) la critica da parte di Zandonai perde mordente per il fatto di non essere portata alle conseguenze di inficiare le politiche generali, tanto che a un certo punto al nostro musicista sfugge addirittura un elogio al duce (unico caso, che mi risulti), quale artefice delle «opere culturali della nuova Italia» in cui investire energie e speranze. Ottimista per natura, il Nostro ama lamentarsi per una sorta di vezzo o di riflesso condizionato, ma poi è sempre pronti a cogliere l’invito alla speranza in un «Domani glorioso» in cui gli sarà resa piena giustizia; e si può esser sicuri che in quell’idea di «nuova Italia», qualsiasi cosa l’espressione significasse, egli credeva realmente con perfetta buona fede, così come c’è da giurare che nella tournée delle sue opere nella Germania del Terzo Reich non vedesse altro che una buona occasione di successo e di accurate esecuzioni.

Ma un po’ alla volta si parla sempre meno in queste lettere e lo spigliato ‘duetto’ diventa sempre più una ‘scena drammatica’ allorché la vicenda umana balza in primo piano con potere d’intrusione indiscutibile. Si fa così strada a partire dalla lettera n. 34 una tonalità più inquietante che va gradualmente a definire il tema che poi dominerà tutta l’ultima parte del carteggio: il binomio malattia-morte. È in queste prove che l’appoggio di un amico fidato diventa fondamentale; e Giovannini non manca al suo compito pur mostrando a volte di soffrire egli stesso di varie malattie e disturbi che delicatamente fa passare in sottordine. Del resto le descrizioni fatte da Zandonai dei propri malesseri epatici in progressivo aggravamento sono, per quanto dettagliate, sempre esposte in tono oggettivo e sereno, né mai viene meno in lui la fiducia che tutto si sistemi e trovi una soluzione positiva. Le lettere del 1943, nel pieno della bufera bellica, testimoniano il precipitare della vicenda in una impetuosa sovrapposizione di casi personali e collettivi. Qui la scena è interamente occupata da Giovannini a cui spetta, come avviene per i comprimari nelle tragedie classiche, di recitare le ultime battute. Tra gli inevitabili disguidi postali che intervengono ad ostacolare le comunicazioni si inserisce anzi come tragica ironia l’episodio della lettera da lui inviata a Trebbiantico cinque giorni dopo la morte di Zandonai ove si dice sicuro della sua guarigione, salvo poi esserne amaramente smentito apprendendo la notizia del decesso per radio. Ed ancora nel finale, con le sconsolanti immagini di Rovereto prostrata dai bombardamenti, egli insiste nell’affidare alla posta lo struggente ricordo dell’amico scomparso che ad un anno di distanza non sembra attenuarsi, anzi prende l’aere di una vera santificazione. Venuto meno un punto di riferimento per lui essenziale, ciò che prevale nei suoi ultimi accenti è una venatura fatalistica di rassegnazione che svela una matrice religiosa e consolida la radicata sfiducia nelle cose terrene più volte affacciatasi in precedenza.

Il carteggio, disposto in ordine cronologico, è suddiviso in tre sezioni:

-Zandonai a Giovannini (31 lettere) -Giovannini a Zandonai (16 lettere) -Giovannini a Tarquini (6 lettere)

Nell’insieme, il carteggio risulta di facile e comprensibile lettura, pur essendo indubbiamente un po’ discontinuo e sbilanciato: molte lettere di Giovannini (o forse tutte) si devono credere perdute a Pesaro nel saccheggio di Villa S. Giuliano durante la guerra: quelle qui riprodotte si sono salvate, perché conservate sotto forma di minuta o di copia ad uso dello stesso mittente. Le lettere scritte da Zandonai esistono invece in forma originale e sono in numero abbastanza cospicuo.
Quanto ai contenuti, si possono individuare essenzialmente tre tematiche: -aspetti di quotidianità; -attività artistica; -malattia e morte.

La prima tematica è presente soprattutto nel primo periodo documentato e rivela la consuetudine tra i due amici nel raccontarsi le faccende minute della loro vita domestica. Il tono è piano, con punte di briosità da parte di Zandonai, mentre in Giovannini prevale l’espressione un po’ dimessa e depressa. Si definisce bene il particolare tipo di rapporto esistente tra i due: il maestro ha bisogno, per la sua gratificazione personale, dell’appoggio di persone semplici e fidate, sincere e ingenue, che lo lusinghino nell’amor proprio e mantengano vivo il suo culto nella città natale; Giovannini, dal canto suo, vive il suo ruolo di ‘spalla’ con un senso di altrettanta gratificazione per l’arricchimento che la conoscenza con un uomo famoso apporta alla sua vita modesta e dagli stretti orizzonti.

La seconda tematica si riassume da un lato nelle informazioni che Zandonai comunica all’amico su ciò che sta componendo e sulle vicende ed esiti delle rappresentazioni; dall’altro nelle reazioni ammirate e compiaciute di Giovannini nell’apprenderle. In qualche caso l’amico roveretano è messo a parte anche di progetti artistici di un certo impegno ed è chiamato a mobilitarsi per organizzare rappresentazioni zandonaiane nella sua città. Attraverso brevi flash si apprende dei viaggi di Zandonai attraverso l’Italia, le sue prestazioni come direttore d’orchestra, le trasmissioni radiofoniche che ne diffondono la musica, il giro delle sue opere all’estero, ecc., e si offre anche uno sguardo sul mondo dei teatri, sul rapporto con gli impresari e di tutta la macchina produttiva, in un generale clima di lotta per la sopravvivenza artistica che contraddice i facili ottimismi del regime.

La terza tematica si impone un po’ alla volta e finisce a un certo punto per dominare, mettendo in secondo piano tutto il resto. I toni cambiano e si fa avanti lo sconforto per il corso degli eventi che sembra in qualche modo omologarsi all’inarrestabile declino fisico. In questo contesto, l’integrazione delle sei lettere a Tarquinia è stata decisa per completare il quadro di fondo, che si svolge a intermittenza tra comunicazioni sempre più difficoltose, perdita o sovrapposizioni di missive e innumerevoli altri disagi che testimoniano del generale sfacelo in cui era precipitato il paese.